In un mondo dove la crisi mette a rischio il nsotro stile di vita ci si deve porre una domanda: è giusta la nostra continua ricerca della felicità attraverso il consumo delle risorse disponibili.
E’ possibile pensare alla nostra società priva di crescita, o di sviluppo?
In molti casi lo sviluppo viene infatti accostato ad un miglioramento del livello di vita, ciò è vero in tutte le situazioni in cui si parte da uno stato di minima vita o “animale”.
In altre parole i servi della gleba del medioevo, o quelli attuali, possono pensare che se hanno più cose e le possiedono, consumandole, elevano il loro livello di piacere di vita.
Il percorso è più difficile per chi vive nella società occidentale avanzata dove per raggiungere lo stesso grado di soddisfazione, la famosa ricerca della feiclità riportata nella costituzione americana, è necessario aumentare a dismisura il consumo, in quantità e tempo.
Anche per l’agricoltura ci si dovrebbe porre la stessa domanda. fino a quando il sistema permetterà di soddisfare il crescente bisogno di “aumentare il livello di vita. Fino a quando potremo sopportare un mondo di obesi?
Esiste una legge fisica per cui non è possibile riportare un sistema ad uno stato di energia maggiore senza la perdita di una parte dell’energia stessa.
Se applichiamo questa legge alla situazione di aumento di consumi costante , cadono tutti le favole sulla sostenibiità dello sviluppo.
Si può ridurre lo spreco e allungare i tempi ma se consumiamo perdiamo una parte dell’energia e alla fine perdiamo una parte dell’energia del nostro sistema terra.
Non esiste un sviluppo sostenibile, o meglio non esiste per il nostro modello di vita. Si deve trovare una via diversa, una via che porti alla decrescita, possibilmente felice.
Tutti i modelli di sviluppo sostenibile a mio avviso sono ridicoli, ad esempio se non facciamo più gli impianti inquinanti in europa e li spostiamo in paesi dove il controllo dei vincoli ambientali è minore il bilancio in totale non cambia e non si può dire che ci sia una “sostenibilità della produzione chimica.
Se i miliardi di cinesi e indiani cambieranno il loro stile di vita, adeguandolo ad un modello occidentale fatto di hamburger e patatine, sarà la fine della natura così come la conosciamo, e questo è detto da uno che non ama i catastrofismi degli ambientalisti, e neppure gli ambientalisti in genere (soprattuto quelli italiani).
Non ho fiducia nel genere umano e quindi penso che una strada alternativa non si troverà mai, forse l’unica cosa che si dovrebbe iniziare a ripensare è sulla bugia del diritto per tutti di trovare la felicità.
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Non sono riuscito a mantenere il mio impegno di scrivere poco ma costantemente, le vicissitudini della vita a volte modificano la situazione e costringono a cambiare le priorità degli impegni.
Bene o male che sia questa è una verità.
Ora che ho raggiunto un minimo di equilibrio, con la mia terza vita, riprovo a partire.
AgriFoglio
L’agricoltura biologica è una risposta efficiente per lo sviluppo del sistema agroalimentare?
E’ necessario per prima cosa definire cosa si intende per agricoltura biologica.
Secondo la normativa comunitaria, si intende per agricoltura biologica un sistema di gestione dell’azienda agricola che comporta restrizioni sostanziali nell’uso di fertilizzanti ed antiparassitari, ai fini di tutela dell’ambiente e della promozione di uno sviluppo agricolo durevole.
Il regolamento 2092 del 1991 relativo al metodo di produzione biologico dei prodotti agricoli, definisce a livello europeo criteri e regole armonizzanti per gli operatori comunitari. A questo va affiancato il regolamento 2078 del 1992, che riguarda i metodi di produzione agricola compatibili con la salvaguardia dell’ambiente e dello spazio naturale, all’interno delle misure di accompagnamento previste dalla riforma della PAC.
Per il Codex alimentarius l’agricoltura biologica è un sistema di produzione agricola che privilegia le pratiche di gestione piuttosto che il ricorso a fattori di produzione di origine esterna. In quest’ottica, i metodi colturali, biologici e meccanici vengono impiegati di preferenza al posto dei prodotti chimici di sintesi.
Alla base di questi sistemi produttivi conviene ricordare alcune differenti correnti di pensiero, con agricoltura biologica si identificano:
l’agricoltura biodinamica comparsa in Germania su ispirazione di R. Steiner
l’agricoltura basata su metodi organici nata in inghilterra da tesi di Sir Howard
l’agricoltura biologica sviluppata in svizzera da H.P. Rush e H. Muller
rientra in questo filone, almeno per le sovvenzioni erogate, anche l’agricoltura basata sulla lotta integrata che prevede una drastica riduzione dell’impiego di mezzi tecnici per la difesa e la fertilizzazione delle colture.
Appare chiaro che l’intervento pubblico è un fatto determinante per i risultati economici dell’azienda biologia. Analizzando infatti i dati sulle superfici coltivate si può notare come nel 2001 con la riduzione degli incentivi la superficie e gli operatori diminuiscono drasticamente Dati Statistici 2007 (Coltivazioni Biologiche da SINAB) Solo negli ultimi anni si è visto un ritorno a valori incrementali di aziende e superfici.
Un secondo fatto inequivocabile è la ridotta attenzione che le grandi catene distributive pongono ai prodotti bio. Ciò è determinato, a mio avviso, da due fattori: il primo è una maggiore attenzione dei consumatori al rapporto qualità prezzo, che nel caso di prodotti biuologici e comunque sfavorevole. la seconda è di tipo economico in quanto il segmento del bio-alimento è rimasto una nicchia troppo modesta per investire sullo sviluppo.
Rimane valida l’opzione della produzione integrata, simile all’agricoltura tradizionale da cui differisce in pratica per la riduzione dei mezzi tecnici impiegati, e non la loro sostituzione o azzeramento con tecniche e prodotti cosidetti “naturali”.
Lo scenario attuale sembra indicare che la via del biologico non risponde alle esigenze della larga parte degli operatori agricoli, ma limitata solo ad una loro piccola parte. Diviene quasi un ossimoro l’accostamento tra agricoltura biologica ed economia di mercato.
Si potrebbe accostare l’agricoltura biologica ad una economia di sussitenza, dove la parte principale diviene l’autoconsumo delle produzioni. A questo proposito si può citare l’esempio dell’Agricoltura Amish.
Con questo non è mia intenzione essere critico verso questo tipo di agricoltura, ma solo togliere dalla situazione di equivoco che può nascere dalla convinzione di poter operare con un approccio mercatistico con tecniche di sviluppo agricolo non autosufficienti. In prospettiva alla riduzione dei sostegni all’agricoltura, ora necessari per sotenere una finanza malata, si devono conoscere le conseguenze di scelte che appaiono esistenziali, più che economiche.
In altre parole non credo che le imprese possano accostarsi all’agricoltura biologica con la convinzione di realizzare un guadagno maggiore rispetto all’agricoltura tradizionale, o meglio a gestione integrata (Integrated Crop Management). D’altra parte riconosco il merito a questo tipo di agricoltura di indicare un possibile modello di de-sviluppo, ma di questo ne parlerò una altra volta.