Agrifoglio’s Weblog


Falsi in agricoltura (o falsi problemi)
Ottobre 19, 2009, 9:25 pm
Archiviato in: Agricoltura, Filiere agroalimentari

La battaglia condotta in questi giorni contro i falsi in agricoltura mi sembra anacronistica nonché fuorviante. Il problema dei falsi è principalmente dovuto a una incapacità di essere presenti sul mercato e alla differenza esagerata di prezzo tra i prodotti originali e le copie.

E’ inutile lametarsi che in Cina vengono immessi al consumo prodotti con riferimento a quelli italiani se poi non si è capaci, per problemi legati alla organizzazione dell’offerta, di raggiungere quel mercato. Oppure se il prodatto offerto è, a causa dei costi, non disponibile per le famiglie medi cinesi.

Se il prodotto tipico italinao riamane un prodotto di lusso ci si deve attendere che si aprano delle opportunità per chi offre prodotti a minore costo, e molto spesso a pari prestazioni.

Infatti non dimentichiamo che non è vero che tutto il tipico sia “buono”, a volte la qualità è scadente e la differenza dal prodotto falso non è percepibile.

Il secondo motivo, per la presenza di falsi,  è accennato in precedenza: un prezzo oltre ogni limite di accettabilità dalla media dei consumatori.

Se non si accetta di portare il prezzo ad un livello inferiore è inutile lamentarsi, tanto chi ha la possibilità di spesa, e la capacità di distinguere, continuerà a  consumare ma con un limite di quantità preciso.

E poi diciamolo: vivere di rendita solo perchè, per un puro gioco del destino, si è nati in un luogo anzichè in un altro non è un motivo sufficiente per chiedere tutele particolari. Gode di maggior rispetto chi cerca di inventarsi un motivo per convincere all’acquisto nei confronti di chi si lagna di subire torti da forze esterne, e non fa nulla per aiutarsi da solo.

Altre strade si  devono battere per valorizzare il lavoro delle filiere produttive italiane, senza dover chiedere aiuti e protezioni varie.

Il primo passo è la ricerca della qualità, non quella dei marchi ma quella intrinseca dei prodotti. Successivamente si potrebbero perseguire due approcci: il primo verso il mercato interno, accorciando la filiera dal produttore al consumatore, con due scopi ridurre i costi della distribuzione ( aproposito ma la larga distribuzione non doveva ridurre i costi dei prodotti finit, ma questo è un altro discorso) e abituare i consumatori ad apprezzare le differneti produzioni. Questo già si inizia a fare.

In secondo luogo sui mercati esterni si deve scegliere fra la quantità, a prezzi adeguati, oppure la qualità, con i limiti suddetti accettando la prsenza di marchi “cloe”. La strategia non deve cercare entrambi gli approcci pena il proseguimento dell’insoddisfazione.



Riso all’olio
Ottobre 7, 2008, 3:40 pm
Archiviato in: Agricoltura, Marketing | Tag: ,

Può la filiera dell’olio essere presa a modello anche per la coltura del riso?

Uno dei temi dominanti nel riassetto delle filiere agricole è l’avvicinamento del produttore al consumatore offre a mio avviso uno spunto di riflessione. Nella produzione del riso il produttore non ha visibilità nei confronti del mercato, solo i trasformatori (riserie) grandi o piccoli che siano hanno acesso alla share of mind (categoria mentale) degli utilizzatori.

Per modificare questa situazione perchè non adottare il modello olivicolo dove il produttore possiede piccoli impianti di trasformazione oppure gestisce la produzione attraverso il frantoio locale a cui consegna le olive di propria produzione e ritira l’olio, imbottigliato o meno. In questo modo riesce a valorizzare il prodotto finale e nel migliori casi entrare nella fascia “premium price”.

Nel caso del riso si potrebbe procedere con lo stesso meccanismo. Il risicoltore trasforma in azienda, oppure da una riseria, la produzione e vende con marchio proprio il riso ottenuto.

Probabilmente alcuni già lo fanno ma non esiste un supporto di comunicazione adeguato, come ad esempio cataloghi di produttori/varietà oppure fiere, reali o virtulai, che aggreghino l’offerta.



Ancora sui prezzi
Aprile 11, 2008, 10:47 am
Archiviato in: Agricoltura | Tag: , ,

Il 9 Aprile scorso il Direttore Generale della FAO Jacques Diouf ha parlato ad un forum tenuto a Nuova Delhi circa il rincaro dei prezzi dei prodotti agricoli agricoli. Link

Diouf ha evidenziato che i prezzi delle commoditie agricole sono aumentate nel giro di un anno di oltre il 45%. Diverse sono le cause: problemi di siccità in alcuni importanti paesi produttori, il basso livello degli stock, l’incremento della domanda di carni e derivati del latte nei paesi emergenti, l’aumento della domanda per la trsformazione in bio carburanti ed infine l’aumento dei costi dell’energia che influenza la produzione e i trasporti. Il resto, dico io, lo fa la speculazione.

L’incremento di prezzi è sentito sopratutto nei paesi poveri dalle frange più povere che vedono i mezzi di prima necessità incrementare a dismisura. In Italia ci si lamenta perchè non si riesce ad arrivare alla fine del mese soddisfando tutte le necessità, comprese quelle voluttuarie. In Egitto il 40% della popolazione che vive con soli due dollari al giorno vorrebbe ma non riesce a protestare per la repressione contro l’aumento del costo del pane di oltre il 150% in un anno. Le stesse proteste sono in corso in Messico per l’aumento del prezzo delle tortillas a base di mais. Fino a quando sarà controllabile la rivolta dei poveri della terra?

Come porre rimedio? Visto che non è pensabile ad una diminuzione della richiesta di prodotti da parte dei paesi emergenti, Cina in testa, l’unica via è agire sugli altri fattori che influenzano l’incremento dei prezzi.

Sempre Diouf suggerisce di migliorare le infrastrutture per la gestione dell’acqua e dei trasporti. Con questi interventi si ridurrebbero gli impatti climatici e dei trasporti. Rimane irrisolto il problema dell’energia, richiesta e utilizzata.

Da un recente studio si è visto che per produrre 49 litri di carburante utilizzabile da un auto, un SUV per 200 kilometri, si devono trasformare 280 kilogrammi di mais, quantità sufficiente per alimentare un bambino in Messico o in Zimbawe (Jean Ziegler consulente UN per i diritti all’alimentazione).

Consideriamo un altro fatto, se in Europa volessimo veramente raggiungere il 10% del consumo di agro-carburanti dovremmo convertire circa il 70% delle superfici agricole. (Corriere della Sera del 22/3/2008)

Viene da chiedersi se la strada dei bio carburanti sia quella giusta per risolvere i problemi di approvigionamento energetico. Sicuramente stonano gli incentivi alla realizzazione di centrali a biomassa senza aver prima determinato quali biomasse sono veramente a bilancio ecologico positivo. Infatti se si utilizzassero sottoprodotti dell’agricoltura potrebbe essere vantaggioso ma impiegando materi prime il discorso, come ho sottolineato in precedenza, passa ad un livello di impatto sociale ed economico diverso.

In tutta onestà penso che le biomasse “buone” non siano sufficienti a risolvere la nostra fame di energia e altre strade devono essere percorse. Quali ? Al momento nessuna, neppure l’idrogeno (per produrlo serve energia), sembra essere la soluzione giusta. Che sia il de-sviluppo l’unica risposta?