Agrifoglio’s Weblog


Parole agricole
Novembre 30, 2007, 5:30 pm
Archiviato in: Agricoltura, Marketing

Italo Calvino nelle sue lezioni americane traeva spunto da alcune parole per esemplificare i concetti che avrebbero dominato nell’immediato futuro il nostro modo di vivere. Su questo esempio ho provato a riflettere , anche se il paragone ovviamente non è proponibile, su quali potrebbero essere i concetti dominanti nell’agricoltura del futuro ed ho trovato tre parole per la produzione agricola:

Buona

Fresca

Vicina

Queste dovrebbero essere le tre linee guide per lo sviluppo dell’agricoltura italiana di qualità. Lasciando al momento perdere i marchi, DOP IGT IGP DOCG, che a mio avviso per l’agricoltura è solo un modo di vivere di rendita di posizione. Il vero imprenditore agricolo per restare sul mercato deve essere in grado di sopravvivere senza alcun supporto assistenzialista.

A mio avviso è possibile, ma si deve ripensare il modo di approccio il mercato.

Tornado alle Tre parole il loro significato è così esprimibile.

Buona:

I prodotti agricoli devono essere buoni cioè di ottime caratteristiche organolettiche, facile da dirsi ma non sempre corrispondente alla realtà. Non basta apparire buoni, o mettersi un marchio che sia scudo e garanzia di qualità.

Per realizzare un prodotto buono il modo di produrre è importante, ma non è necessariamente un recupero di tecniche agronomiche. Tornare all’aratro trainato da buoi non è la soluzione per raggiungere la qualità, e con qualità intendo non la certificazione, che può essere solo testimone dei processi produttivi, ma la qualità intrinseca dei prodotti alimentari.

Si deve partire dalla ricerca di varietà non solo produttive o meglio gestibili durante la trasformazione, ma varietà vegetali e animali, che recuperino i sapori peculiari delle specie. Una pesca che sappia di pesca, questo sarà la richiesta dei consumatori. Se non si riuscirà a dare una risposta allora si corre il rischio di perdere i consumatori a favore di produzioni di uguale qualità ma di costo inferiore, in favore quindi di produttori che operano in regime di basso costo della mano d’opera

Fresca

Per essere buono un prodotto agroalimentare deve essere fresco, cioè raccolto e portato al consumatore quando ha raggiunto la sua massima espressione organolettica.

Se si vuole raggiungere questo scopo tutta la filiera deve essere adeguata, in altre parole accorciata e resa più razionale. Inoltre se si vuole la caratteristica “fresco” si deve recuperare il senso delle stagioni. Non più frutta completamente fuori stagione, che tra l’altro implica un notevole investimento anche in termini ambientali, ma solo durante i tradizionali cicli colturali.

Il pericolo potrebbe essere l’eccessiva concentrazione dell’offerta, che d’altra parte è un problema che si verifica anche nelle condizioni attuali.

Il problema può essere anche un opportunità sotto un altro punto di vista:

se non facciamo niente per cambiare la situazione le produzioni rimarranno comunque in eccedenza e se non esistono differenze”sostanziali” , e non di”marchio”, la scelta del consumatore, o meglio della stragrande maggioranza dei consumatori, tra i prodotti offerti sarà guidata esclusivamente dal fattore prezzo.

In queste condizioni il principale argomento di competizione è la riduzione dei costi di produzione, che come è chiaro a tutti, vedi il sistema italiano perdente. Ne si vede come questa situazione sia destinata a cambiare a meno di rinnovati interventi assistenziali.

Per concludere il discorso sulla seconda parola della agricoltura di qualità è importante considerare anche i prodotti trasformati.

In questo caso il concetto di freschezza è più complesso da introdurre ma può essere comunque valido, tenendo ad esempio conto dell’impiego o meno di conservanti nei processi di trasformazione allo scopo di preservare i sapori, vedi BUONO.

Vicina

Ecco l’ultima parola, che si integra con le precedenti. Infatti per avere prodotti agroalimentari freschi e buoni si devono ridurre i tempi di trasporto. In definitiva il bacino di utenza va ridotto o comunque puntare su quelli raggiungibili in brevissimo tempo.

Rivolgendosi a mercati vicini i produttori possono inoltre accorciare ulteriormente la filiera portando direttamente sulle tavole dei consumatori i loro prodotti.

Anche per questo aspetto un argomento a sfavore potrebbe essere la riduzione delle potenzialità del mercato. In effetti è un falso problema, già ora la globalizzazione ha provocato una reazione in senso opposto, spingendo alla valorizzazione dei prodotti tipici locali. La differenza è che se non si vuole trasformare, incrementando queste produzioni a scapito delle caratteristiche organolettiche, non di marchio !, si devono salvaguardare le produzioni sostenibili in termini di rapporto quantità-qualità.

Una possibile soluzione è di mantenere come metro di produzione la potenzialità di assorbimento del bacino di utenti locali o prossimali. Senza cercare di soddisfare le richieste di consumatori troppo “lontani”.

In questo modo si valorizzerebbe anche il richiamo turistico delle località, abbinando alle peculiarità geografiche e storiche del territorio le produzioni di qualità.



Primo
Novembre 29, 2007, 5:23 pm
Archiviato in: Generali

Primo, non fermarti al primo tentativo.

Questo blog è infatti il terzo che in vari periodi e con vari fornitori di servizi ho provato a creare.

Secondo, mangia l’elefante a piccoli bocconi.

Non ho intenzione di raggiungere chissà quali livelli, ma cerco di impegnarmi a fare piccoli interventi ma costanti (cosa che in passato non sempre sono riuscito a fare, anzi!)

Terzo, fai che la tua mente non abbia fissa dimora.

Esplorare nuovi mezzi di comunicazione, aumentare il livello di conoscenza senza mai accontentarsi del già fatto. Un modo come un altro per mantenersi vivi.

Quarto, non superare mai i tre punti.

Quindi basta. partiamo !